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Benedetto Guadagno voce
Cristiano Giammatteo tastiere
Fabio Gammone chitarra acustica
Giovanni Lentini chitarra elettrica
Pasquale Miranda batteria
Sergio Dileo basso

Hanno il nome di un noto antivirus, ma con l'accento posposto. In venosino significa "basta", ma nel loro immaginario finisce per denotare un intero modo di essere. Scrivono canzoni per "dire qualcosa", "per sopravvivere", tratteggiando con disincanto ed ironia una realtà profondamente ferita.

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Siete mai stati al Cecilia?
Benedetto: No, è la prima volta.
Fabio: Assomiglia a una struttura di Melfi.
Benedetto: Si possono fare un sacco di cose, dipende da come si riempie il contenitore.

Che tipo di programmazione vorreste venisse presentata al Cecilia?
Benedetto: La musica, al di là di ogni genere, l'importante è che ognuno venga a esprimere quello che sente e che vuole. Magari si riuscisse a dare spazio a generi che qua non hanno modo di esprimersi.
Giovanni: Lo shoegaze.
Fabio: Le musiche tradizionali del Congo.
Sergio: Un genere molto avast. La struttura è avast.

Quali sono le vostre aspettative sull'Italia Wave?
Benedetto: Siamo venuti qua con la speranza magari che qualcuno ci veda e ci arruoli per una serata. Noi siamo molto campanilisti, già per il fatto di stare qui stiamo male.
Fabio: No dai sta scherzando.
Benedetto: No, no. Poi si potrebbe andare ad Arezzo, siamo stati anche a Roma. Non viviamo in Basilicata, siamo tutti emigranti. Suoniamo giù quando stiamo giù, su quando stiamo su. Quando siamo su e quando siamo giù, soprattutto quando siamo giù, di morale.

Da dove nasce il vostro nome? Nella vostra biografia leggiamo che è la traduzione di "basta"? Basta a cosa?
Roberto: Significa "basta" ma è anche una sigla: associazione, visigoti, andicappati con la a, sottosviluppati, trogloditi. È un nome che non ci siamo messi. Ci chiamiamo "avast" da anni, poi gli avast sono tanti altri che qua non ci stanno. Se tu chiedi chi ha messo il nome avast io non lo so. Si è perso nella memoria. Forse ci sono trecento gruppi che si chiamano avast, gruppi punk, gruppi metal, c'è l'antivirus. Avevamo pensato di cambiare ma alla fine abbiamo deciso di non farlo. Si sono avvicendate diverse persone nella nostra band, persone di Maschito, Forenza. C'è un altro ragazzo che non è qui ora e a cui dedichiamo la serata perché proprio in questi giorni gli è successa una sventura: ha trovato lavoro.

In che senso "la realtà alle corna"?
Benedetto: La realtà è questa che la realtà ha le corna. In che senso, lo chiedo a te. Noi diamo un attributo alla realtà, poi il discorso è aperto.
Le corna possono ferire, possono essere nel discorso popolare sono la conseguenza di una ferita chi c'ha le corna è stato ferito. Poi c'è una canzone che abbiamo fatto che si chiama così, dove c'è il toro che viene inculato per esigenze di scena, ci sta il cesto di lumache colpite sotto un fuoco di risate, il diavolo intossicato da uno shampoo di troppo. Quindi le corna.. è una simbologia che è aperta, però sicuramente inquieta, perché c'ha le corna. Perché?

Quali sono i programmi?
Benedetto: L'immediato futuro è suonare questa sera. Lui (Pasquale) deve fare un sacco di esami, io devo finire un lavoro, ognuno ha delle cose da svolgere. Lui (Roberto) suona, fa il musicista. Lui (Giovanni) viaggia.

C'è un album che ci consigliereste?
Giovanni: quello dei My Bloody Valentine, Loveless.
Benedetto: The Harvest, Neil Young. The Wall. Anime salve, De Andrè
Cristiano: Marinai, profeti e balene.
Roberto: White album dei Beatles, lo sto ascoltando in questi giorni.

Prima di lasciarci ci fareste una breve presentazione della band?
Benedetto: noi siamo gli Avast, sparsi e laschi, facciamo le canzoni e cerchiamo di dire qualcosa.
Roberto: per sopravvivere, per sopravviverci e per sopravvivervi.
Benedetto: facciamo le canzoni perché è una cosa bella, a noi è servita per entrare nell'adolescenza e per uscire, forse.


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